La macchina del fumo e della pioggia.

Che mi avevi perso, l’avevi scritto dovunque.

Ricordo, che me l’avevi scritto in un bigliettino e me l’avevi lasciato sul tavolo, quando vivevamo assieme.

“You’re the girl, I lost in Sunnyside.”

Mi chiedo cosa sia per te, perdere.

Mi chiedo se le cose valgano anche se cambiano.

Non sono mai stata quella che pensa vada bene tutto, che ”si rimane amici”, che ”tanto le persone rimangono”, ecco, no.

Non sono finta, dò valore a ciò a cui è ovvio che sia dia valore.

Ma ci sono delle persone che non quadrano, che non centrano, che sembrano due sagome del Tetris ostinate, che si girano e si rigirano, ma non si incastrano.

E col cursore devi andare a destra, a sinistra, non rimanere lì.

C’è l’amore smisurato che attraversa le tempeste e le tormente di neve, e poi c’è l’amore smisurato che se le crea in casa, con la macchina del fumo e della pioggia, e annaspa e dice “Eravamo destinati, ma è difficile.”

Non c’era niente di difficile, tra me e te.

Era tutto lì ed era tremendamente facile, e mi chiedo, quando e come, ti renderai conto che eravamo noi a non collimare, a non apprezzarci davvero, a non volerci davvero bene.

Io so, ora, che da qualche mese ho capito che non ti amo più e che non ti voglio nella mia vita in quel ruolo lì, ora so davvero quanto vali per me e quanto vorrei non mi chiudessi la porta di casa a chiave.

Vorrei la lasciassi socchiusa, spegnessi la macchina del fumo e della pioggia, e lasciassi entrare ciò che c’è fuori.

Mi dispiace dirtelo,

ma non ero io.

10 cuori ed un migliaio d’occhi.

10 cuori diversi, per ogni cosa.

Dieci mondi, vissuti ognuno come se fosse il primo, il più importante.

Poi ci si lamenta che si è stanchi.

Sono andata a farmi controllare gli occhi perché mi sembrava di non vedere bene

e la risposta che mi ha dato il medico è stata che potrei essere miope,

o potrei solo, essere stanca.

Di mettere a fuoco, 10 cose al secondo.

Di mettere assieme, mille pezzi al minuto.

Di avere tra il migliaio ed le due migliaia di occhi all’ora, per ogni cosa.

C’è chi sceglie qualcosa, e solo una.

C’è chi ha una missione.

Ed io ce l’ho.

Quella di comprarmi gli occhiali e mettere a fuoco 10 cose al secondo, ma scomponendo quel secondo con calma.

J. una settimana fa, davanti a un caffè a Ginevra mi aveva detto “C’è chi fa un’ottima scuola, fa da assistente ad un ottimo fotografo, ma non ha l’occhio e tu sì”.

Ne ho tanti, J.

Sono solo stanchi.

I cocci di cristallo esplosi.

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Era bellissima. Era la prima cosa che era sempre risultata lampante a tutti e di cui a, me personalmente, non era mai fregato tanto. Non la trovavo nemmeno così tanto bella, a dire il vero, era una bellezza effimera, da catalogo, poco sensuale e molto gelida, alla Nicole Kidman o giù di lì. Sì, forse Nicole Kidman è un esempio poco attuale, ma è il primo che mi è venuto in mente.

La cosa che le era sempre piaciuto di me e che a me, nella sua bellezza e di guardarla come se fosse caduta sulla terra da un buco nel cielo, non solo non importava, ma mi dava anche fastidio che agli altri importasse. Era altresì evidente che le persone da lei erano intimorite, la si trovava tanto bella quanto scostante, molto pallida e molto magra, così che in breve, date quelle due o tre relazioni vociferate in giro, passò subito per quella gelida, distratta, come se uscisse con gli uomini con la convinzione che bastasse una cena assieme ed un bacio sotto il portone e nulla più, e se ci si rivedeva andava bene, se no, andava forse anche meglio.

Non mi ricordo bene il giorno che mi sono messo in testa di conquistarla. Faceva caldo, poteva essere maggio o giugno, e lei dopo quel pomeriggio a parlare davanti a un caffè, un pomeriggio dove mi ero reso conto che le persone la guardavano dalla vetrina del dehort, ammirate, e che gli uomini guardavano me come se fossi per metà invidiabile e per l’altra metà vestito in modo discutibile per essere seduto vicino ad una bellezza così tanto da catalogo di Prada, ecco, dopo quel pomeriggio dicevamo, lei ci aveva messo poco, pochissimo, forse un giorno o due giorni per dirmi che aveva mollato tizio e non voleva sentire più caio, perché si era innmorata di me. Se fino a quel momento ero stato contento, quasi euforico di averla conquistata, quelle parole pronunciate con così tanta convinzione mi dettero la stessa sensazione delle unghie sulla lavagna, o delle ginocchia sbucciate ”solo un po”’. Non risposi, rimasi scostante e tentai di cambiare discorso.

La nostra relazione ebbe più bassi che alti. Ero sempre stato un uomo molto sincero, poco incline a sotterfugi o a tradimenti, ma lei sembrava fare in tutti i modi perché tu, misero uomo banale di questo secolo, non la ottenessi mai. Quando avevo organizzato un week end fuori per il suo compleanno, era sparita la settimana prima con degli amici ed era stata via un mese. E quando era tornata, mi aveva contattato come se nulla fosse stato, contrariata dalle mie parole sarcastiche e impilandomi nella lista degli stronzi che non la capivano, non capivano la sua voglia di libertà, e di sentirsi amata e basta, senza regole, perché, diceva, io e lei non eravamo come gli altri, e se io volevo esserlo, era una mia scelta. 

Scelsi.

Scelsi di non porle più domande, o condizioni di alcun tipo, di lasciarla totalmente libera di vivere la sua vita e la nostra relazione come meglio credeva. Purtroppo, aimè, penso di esser sempre stato molto meno acuto e fuori dal comune di lei, e mi ci volle davvero poco per scadere in flirt, poi in scopate, poi in vere e proprie relazioni parallele con donne, che, speravo, mi dessero quello che lei sembrava non negarmi, semplicemente era troppo stupido, troppo banale, troppo scontato.

Non so se lei avesse ragione, me lo sono chiesto per tanto tempo.

Ed io, nel mio cercare consolazione nella mia vita monotona fatta di orari di lavoro, stipendi, genitori più o meno ammalati, donne più o meno innamorate, mi sentivo sempre più inadeguato. A me stesso.

E poi, e me lo ricordo come se fosse ieri, ci fu quella mattina e quella colazione che mi cambiò la vita. Non cambiò il mio rapporto con lei, ma cambio del tutto la mia visione sul mondo, il mio udito sulle situazioni ed il mio tatto ed il mio olfatto, e gusto, come se diventassi una persona differente per ogni senso che si azionava, separatamente dagli altri, ed esplorava l’ambiente circostante.

Avevamo litigato la sera prima, ed aspramente. Aveva avuto una vita infelice, e la capivo. Alcuni traumi li avevamo comuni, la maggior parte, forse i peggiori, erano tutti suoi ed a me pareva di starle vicino come un gorilla sta vicino ad una piuma che sta per posarsi a terra. 

Le era crollato tutto addosso, tutta la sua vita. Ne avevamo parlato, io le spiegai che le mie assenze e le altre donne erano dovute al suo silenzio sui suoi veri problemi ed al far in modo che sembrasse che tutto, ogni sua falange rotta, fosse dovuto a me. La litigata non fu così accesa, ma sembrava aver il cuore spezzato da qualcosa, che non capivo bene. Mi misi a letto, e lei si coricò poco dopo di me. Ogni tanto aprivo gli occhi e la guardavo, lei si alzava e si sdraiava in continuazione.

Fui svegliato dai rumori di stoviglie e gas acceso. Fu lì che iniziai a percepire tutto come qualcosa di onirico, distaccato dalla realtà.

Entrai in cucina, ed aveva preparato la tavola più bella che io avessi mai visto, non so da quanto si fosse svegliata. Sapevo, tra l’altro, che non avrebbe mangiato nulla di quello che aveva deciso di servire, solo un po’ di the, che infatti fumava nella sua tazza. Provai una morsa allo stomaco, allungai la mano tremante verso la sedia e mi sedetti. Non la guardavo, non riuscivo. Mi sentivo un essere rozzo, indelicato, fastidioso, mi sentivo talmente paragonabile ad una bestia che quasi mi sentivo puzzare. Si sedette anche lei. Tremava, dalla rabbia, e temevo sarebbe esplosa, in tanti piccoli pezzi, che giuro su dio sarebbero stati cristallo. Oppure che prendesse la tazza e me la rovesciasse in faccia. 

Invece si alzò. E mi fissò con gli occhi assieme più blu e più rossi che io abbia mai visto in vita mia.

Vomitò una serie di parole, che mi tacciavano come un essere incomprensivo e banale, uno che pretendeva di uscire la sera con gli amici, di scopare, di vedersi una volta alla settimana, di baciarla in pubblico, di voler aver un lavoro sicuro, di volerla cambiare.

I cocci di cristallo esplosi mi colpirono la base del collo, lo stomaco, alcuni le ginocchia, uno il sopracciglio ed in fine, gli occhi. Esattamente in quest’ordine.

E così, io che non avevo mai dato minimamente segni di cedimento nel nostro rapporto, iniziai a piangere. Lacrime dure, durissime, metalliche, pesanti, che al contatto col suolo lasciavano dei solchi. Trovai il coraggio di guardarla e la vidi frastornata da quella mia reazione, impaurita, per un attimo temette di avermi ucciso, e lo capii.

Tutto quello che riuscii a dire fu: “Perché?”

E la sua risposta, che giunse dopo qualche secondo fu: “Sei l’unica persona che non ho mai odiato.”

Ci lasciammo definitivamente dopo qualche mese, in un bagno di sangue, per non rincontrarci mai più. Ignorò qualsiasi mio tentativo di spiegarmi, e dopo qualche anno, anche io me ne feci una ragione e mi scagionai.

Non ho più una vita banale. Non ho la sua, ma so che ora, grazie a lei, ho trovato la mia. E le due o tre volte che mi sono innamorato, dopo di lei, ho sempre pianto lacrime di piombo e mi sono sempre levato dei pezzi di cristallo dai bulbi oculari e dalle ginocchia, come se, ogni volta, in fondo, fossi un po’ più etereo anche io.

Primavera.

E l’estate, ed il sole.

I fari delle auto, i film brutti.

I polmoni e le sigarette.

Le dita e gli smalti, brutti pure quelli.

Le mani fuori dai guanti, dai finestrini, nelle fontane, nelle tasche, nei pacchi di caramelle.

I tremori, gli sbalzi, i sussulti, le cadute.

Le pozzanghere che piano piano si asciugano.

Il non trucco, e il non inganno.

I tram che perdono i finestrini, che cadono sui binari.

Il finestrino appoggiato alla pensilina, che riflette tutte le persone che ci passano davanti, ignare di essere fotografate dal vetro assolato.

Ho trovato un pacchetto di tabacco che avevo perso, non so perché, ma questa cosa mi ha riempito il cuore.

Coma.

Risvegliarsi dopo un mezzo coma etilico ed una serata andata male. Il sole filtra dalla finestra, lento, apri gli occhi lentamente, ti stringi nelle coperte come a dire ”che bella mattinata, resto qui sotto ancora un po’, sono solo le 6.” Ma poi ti ricordi, ed uno ad uno, improvvisamente, tutti i muscoli ti fanno male, la nausea torna violentemente, le lacrime riempiono gli occhi senza scendere. Il panico sale, la stanza è ovattata, afferri in telefono e digiti un paio di numeri fino a quando non risponde una voce familiare a dirti ”dormi ancora un po’, ci vediamo dopo”. Annuisci e dormi, dormi bene. Sogni quel ragazzo che ti aveva fatto sognare ed era sparito, sogni di aspettare con lui un treno in stazione. Poi sogni di avere una Mini rossa e di guidare in un città indefinita, fino a quando, scesa dalla vettura per accenderti una sigaretta, ti volti e scopri che ti hanno rubato tutta la carrozzeria e ti chiedi ”Ma come hanno fatto, mi sarò addormentata?”.

Ti alzi e con movimenti lenti, prepari un the e sai benissimo cosa ci va, e quale sia ogni singola mossa per superare un abbandono. Non richiamare, non presentarsi a casa di nessuno, aspettare se serve, aspettare se non serve, riempire i buchi, riempire i pensieri, riempire il letto ed andrà tutto bene, fino alla prossima cosa.

Eppure, mentre giri il the e lo bevi piano per non tornare a vomitare, pensi che questa volta tu, per la prima volta, un po’ ci credevi. Non sai ancora bene se credevi in lui, se credevi in voi o se credevi che qualcuno potesse innamorarsi di te prendendoti tutta, come diceva. Non lo sai ancora bene. Sale la rabbia, la disperazione, la delusione immensa ed infinita, la paura, il ricordo, il male che spacca in due.

Prendi una mela, tagliala a metà con un colpo netto.

Eccomi.

Se aspetti qualche giorno, ingiallisco e mi secco pure un po’.

Ma resto sul tavolo.

Dissolvenza

Pensare a tante, tantissime cose, tutte assieme e tutte quante.

Oggi mi è venuto in mente che parlavamo un sacco e poi quando siamo finiti a letto, la prima volta, si è creato il solco che si crea ogni volta che con qualcuno, poi, ci vai a letto. Se prima uno si sente libero di sentirsi come e quando vuole, dopo tende a misurare, che, ”chi sa”. Allora poi la seconda volta ero tutta rigida, e tu avevi tutti i vestiti nella casa dove prima vivevi con lei e ti eri tenuto solo le giacche che poi usi per andare a lavoro. E quando siamo entrati in un locale, eravamo un po’ impomatati, e tu così dimostravi 10 anni in più ed io 15 centimetri in più ed il risultato degli sguardi altrui era più o meno ”Guarda il tipo di 40 anni in carriera con la ventenne bionda”. Non ero mai stata guardata così, un po’ come ”guarda che coppia del cazzo”, che sono le coppie che ho sempre odiato, e da quel giorno in poi, ti ho supplicato di vestirti sempre il più semplice ed incolto possibile, così che nessuno arrivi mai più a pensare quella cosa.

Il mattino dopo mi hai guardata e mi hai detto “Che bel risveglio”. Ed io ero malata da anni di qualcuno che il mattino dopo spariva, piangeva, gridava, sbatteva le porte e non ero abituata. Ci metterò una vita a non provare, come prima sensazione al mattino, con qualcuno, il terrore. Non so come sei fatto tu, ma ogni tanto affrontarsi fa paura, e quando si è sinceri con se stessi, non ci si può accettare, perché si sa, dove si sbaglia. E se ti dico che sbaglio io, e non tu, è che io so sempre e precisamente dove sbaglio, e cosa dovrei fare per migliorare.

E’ un mondo grigio e freddo per tutti, un mondo fatto di persone che cambiano, spariscono, rubano, hanno due o tre o dieci vite ed io mi rendo finalmente conto di non aver nulla in mano per prevedere questo, ho solo un corpo che proverà a non avere tutta questa paura, questo terrore, questa fobia di schiantarsi contro l’asfalto caldo ad agosto, e non rialzarsi più.

Lauren

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Stamattina sono particolarmente malinconica e prima di mettermi a finire la mole di lavoro ed organizzazioni varie che devo finire, scrivo una cosa che penso di dedicare ai Drink To Me, ma anche un po’ a Lauren.

Al concerto dei Drink To Me l’altra sera, mi sono resa conto che le uniche immagini fisse che ho quando ascolto i loro pezzi, sono quelle di Londra e di Oxford. Appena avuto il loro album per ascoltarlo e decidere come fare il video di “Picture of the Sun”, ho deciso che Torino aveva raggiunto la sua dose annuale massima e sono andata a trovare un’amica a Londra. Ho ascoltato quell’album in aeroporto, in bus, per tutta Victoria mentre mi perdevo e riperdevo. Poi a Londra ho deciso che anche Londra aveva raggiunto la sua dose annuale consentita, e sono andata a trovare un amico ad Oxford. Ho ascoltato l’album sull’Oxford Tube, per i campi, sui ponti, guardando le case galleggianti e poi sull’Oxford Tube al ritorno, pensando che forse la mia vita ideale era così: ad abitare in mezzo al nulla, per tornare in una grande città solo a far serata. E mentre l’idea dei campi, degli animali, dei laghi oramai si radicava dentro di me come un riflesso alla cani di Pavlov nell’ascoltare quelle canzoni, passando da un club all’altro, mi ritrovo ad offrire da bere sicuramente alla ragazza più carica che ci fosse, che si chiamava Lauren, ed era bionda coi capelli lunghissimi, ed era di Vancouver. Che poi Lauren fosse un po’ una stronza e si fosse dileguata nel nulla dopo qualche pomiciata, mentre io mi sorbivo tutte le chiacchiere alcoliche degli hyp londinesi di turno e me ne tornavo a casa a piedi, è un altro discorso, ma Lauren è stata è il colpo d’occhio che avrei voluto avere nei campi che avevo visto nelle ore precedenti.

L’idea della capra ce l’ha data un’amica, e su questo non ci piove, e avremmo voluto svilupparla diversamente. Ma alla fine l’unica cosa a cui pensavo, era a questa sagoma bionda e vagamente eterea muoversi con enorme grazia nello spazio, e scomparire prima che per te o per qualcun altro diventi troppo reale.

Sono particolarmente legata ai ricordi che stanno dietro ad ogni lavoro, ad ogni progetto, chi più chi meno, ma mi piace come gli avvenimenti più insospettabili contribuiscano, sempre chi più chi meno, alla realizzazione di qualcosa.

Dai campi di Oxford in “Picture of the Sun”, alla migliore pasta a aglio e olio cucinata dal cuoco che a Berlino ci ospitava per girare “Sense of Delight”, da Elena che raccoglie sassi per strada per “Deliverance” a Stefania che guada il Tagliamento a piedi nudi per “Videosophia”, da Tima che sbava in studio per “No Underwater” all’ultimo video con Iokoi, fatto di fango e piedi nudi, dal ritagliarsi filtri fatti a mano con la carta azzurra trasparente per le foto per Serra Oszoy ai campi vicino a Chivasso girati con Pietro in pellicia, dalla macchina che sprofonda nei boschi vicino a Cesena per “My Summer of Love” alla macchina che si affossa in un campo di grano sperduto vicino a Melfi per il doucumentario Rai sulla Puglia, di notte. E poi Camilla che sa farsi le acconciature come Frida Kahlo, Eva che balla lasciandosi oscillare su un albero, Mary che quando è arrivata al punto d’incontro a Berlino aveva la pelle più chiara io avessi mai visto. E poi il documentario, i bar di Padova che servono bugie e frittelle alla crema sotto Carnevale, in ostello in due, in 3, in 5, in ostello a fumare di notte, di giorno, a prendere caffè di notte, di giorno. In Puglia a svegliarsi alle 5 del mattino per firmare l’alba che sorge sui trulli, che magari se vedete quel documentario non provate granché, è un documentario formato Rai, ma io nel riprendere quei trulli e quei cani e quegli alberi ci avevo messo tutta me stessa, è stato il mio unico ruolo in produzione da direttore della fotografia e mi sentivo tanto fondamentale e felice. E Kiel che ha delle strade lunghissime che costeggiano il porto e siccome non riuscivo a dormire, siccome quello era un momento infelice, mi sono incamminata da sola e non so quanto sono stata fuori, ma mi ricordo che mi sembrava di aver visto un sacco di cemento e acqua, quanto non ne ho mai visto nella mia vita.

Insomma, sì, ho pensato a tutte queste cose dopo il concerto l’altra sera, ho pensato a quanto sono contenta di quel video ed a quanto sono contenta di ogni nuova cosa che sta per uscire, e mi sono sentita davvero fiera di noi e di voi ed ora la pianto, sì.

Rami secchi e radici profonde.

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Forse due tra le persone che ora come ora mi sono più care, nell’arco di una settimana mi hanno detto che stare con me è come stare in autunno. Che tutto di me ricorda l’autunno.

Non so se sia positivo o meno, so che lo so.

Mi sento uno di quegli alberi neri e nodosi che piacciono a me, gli alberi bassi e attorcigliati, dal tronco scuro e la corteccia che sa di agrume, dalle radici nodose e profonde e poche foglie, niente fiori.

Alcune cose mi fanno crollare.

Barcollando tra le persone che colpiscono alle ginocchia con mazze da baseball, chi più chi meno, chi volendo e chi no, metto sempre più radici e sempre meno foglie. Ma forse rami.

Mi chiedo se mai smetterò di sradicarmi, se mai avrò radici non solo lunghe e nodose, ma anche profonde. Mi infastidiscono le persone gelide e ciniche, sono le più fragili, lo so, perché quel gioco l’abbiamo un po’ fatto tutti, è semplice.

No, vorrei solo che tutto mutasse in modo lento, naturale, senza fretta, piano piano, e se qualcosa ogni tanto migliora, qualcos’altro semplicemente invecchia e si calcifica, si sistema nello stomaco a mettersi comodo, per non mutare più, per diventare quel difetto che, una volta anziana, sarà quello più ricordato, quello che tutti ti rammentano ogni volta che lo tiri fuori.

Sono gelosa. Possessiva. Verso un sacco di persone, oggetti, avvenimenti. 

Se ti amo, se ti amavo, se ti amerò, persona di ieri, di oggi e di domani, il mio sentimento sarà sempre lì, e qualsiasi cosa tu farai, ieri, oggi e domani, mi strapperà una qualche reazione inconsulta, anche da sola, anche senza dirtelo, ma striscerà fuori da me come un serpente e magari non farà nulla, ma sarà lì.

Se ti amavo, persona di ieri, che ricordo, con affetto o meno, con rancore o meno, può darsi che passerò anni ad interrogarmi su cosa ho sbagliato e può darsi che quello o quella con cui ora esci, anche se fosse un ometto basso, grasso, brutto e ignorante, e anche se fosse una donna più o meno simile, anche tu ora stessi con un troll di caverna, io mi chiederò sempre in cosa in quella persona sia migliore di me, senza pensare che magari, non è che si vince o si perde, semplicemente le cose scorrono, proprio come quel serpente di prima. Ho una testa buona e funzionante, ma ho uno stomaco ammalato che mi fa fermare il cuore ogni volta che mi rendo conto che io, per quella roba, non ero buona, non ero capace, o ero stupida per aver anche solo tentato, che so.

Se ti amo, persona di oggi, lo sai, sono fragile come le foglie infantili dell’arbre de Judée, e non so se metterò mai fiori o frutti, ma spero di sviluppare ancora di più le mie grandi radici e di andarne fiera, perché alla fine, di gente con stomaco, cuore, mani malate al mondo ce n’è tanta, solo che io ho il difetto di essermene accorta appena ho messo la testa fuori dal terriccio.

Il grande amore delle rifiutate.

Ho sempre avuto bene, molto bene in testa, come purtroppo funziona il mio cervello e quello di molte altre persone.

Pensiamoci bene: se ricordiamo il grande amore con qualcuno, quello di cui parliamo struggendoci, stringendoci nelle spalle e con gli occhi lucidi, non è un amore a lieto fine. Mai. 

Il racconto procede sempre più o meno in questo modo: 

Tizio/tizia è un’ottima persona, la vedo ancora ogni tanto e ridiamo sempre un sacco, abbiamo davvero un buonissimo rapporto anche se c’è voluto un po’. E poi… poi c’è stato/a… lui (lei).

I nostri occhi si spalancano per un secondo, il nome viene detto con fatica e da qui, sempre un po’ sotto pressione dell’interlocutore “E dai, ma allora?” snoccioliamo una serie di avvenimenti più o meno imprevedibili, drammatici o semplicemente non accaduti che hanno fatto dissolvere quella cosa (qualsiasi cosa fosse) nel nulla più assoluto. Assoluto. Il che, se ci facciamo anche un attimo di calcolo, può voler dire che magari nemmeno prima c’era granché. Eppure, l’idea dell’amor perduto, di quello che poteva essere e non è stato, è un chiodo fisso che tutti speravamo passasse con la pubertà, poi con l’adolescenza, perlomeno entro i venti ed invece, sinceramente, recentemente abbiamo capito che no, ha il suo fascino e ce lo teniamo, chi più chi meno, e nonostante tutti i buoni propositi e le osservazioni ragionali che faremo davanti allo specchio, insomma, basta il pensiero a destabilizzarci.

Però, in cima a tutti gli amori sfumati, dai one night stand alle storie più lunghe ma mai decollate, in cima a tutto si staglia, brillante, quello del rifiuto.

Per una donna l’idea, anche solo vaga, anche solo lontana, di essere stata una scopata (che non c’è nemmeno niente di male, a leggerla così insomma) dopo che una passa una vita a sperare di essere interessante e con degli argomenti, ecco, l’idea di aver fatto proprio la parte della bionda e quindi di non essere nemmeno “quella cessa che mi so’ scopato per sbaglio, ma alla fine è una persona che mi interessa”, ma proprio ”quella che mi sono scopato perché proprio ho fatto i voli pindarici per farcela, ma alla fine non è che oltre quello mi freghi”, ecco, la triste verità di questo fatto, anche se accade solo una volta nella vita, il relegamento a (diciamolo piano) oggetto sessuale e basta (ovviamente si parla di una persona che a noi può piacere, se no l’oggettarsi sessualmente è sempre una gran bella cosa) ci lancia addosso anni e anni di manifestazioni femministe e reggiseni bruciati, assieme alle nostre foto al liceo a fare il gesto della figa in mezzo ad un corteo qualsiasi, coi brufoli ed i capelli tagliati male, che volevo proprio vederti lì, amico mio, a pensare che potessi essere una figa da sballo, perché casomai ero solo una rompicoglioni.

Insomma, tutto questo è per dire, che in questi attimi ci si morde le mani per non scrivere una mail con su scritto l’ennesimo “Ciao, come stai?” e si sprofonda nella sedia rileggendosi l’ultima mail dove i vari appellativi stavano nelle sfumature tra “Bellissima mia” e “Blonde girl” e ci si butta su letture impegnate, sperando che, dai, se mai ti rincontro, la prima cosa che faccio è snocciolarti tutta la letteratura americana a memoria. Se prima non mi offri di nuovo tutti quei drink.


Come dove quando come.

Quando è successo?

Cosa?

Tutto.

Che ci fosse un magma denso sotto i piedi, che devi far attenzione a non rompere.

Che ci fossero le sabbie mobili e se corri, ci rimani solo in mezzo.

Allora, ti tirano un bastone.

E se non te lo tirano, l’unico modo per liberarti e fare piccoli passi all’indietro, come se stessi facendo dei gradini, così da scalciare via la sabbia.

E ci mettiamo, un’infinità

di tempo.

Non ci sono preavvisi, prende alla gola.

Non ci sono regole e non ci sono mai state.

Non ti dirò che sbagli, perché io sbaglio per prima.

Spero solo che questa palude venga bonificata.