Perché noi punk odiamo i fricchettoni.

Sono stata punk e nell’anima lo sono ancora, e anche un po’ nei tatuaggi, allora vi spiego tutte le mie motivazioni fondamentali per cui vedervi in giro con quei pantaloni da yoga a cavallo basso mi fa venire le crisi epilettiche e quali sono gli articoli NO.

NO:

DREADS

In cima alla lista campeggiano i dreads. Vorrei precisare che in alcuni servizi di moda sono graziosi (anche se sono più belle le treccine che fanno tanto hip hop) ma quelli che vi fate voi sono orrendi. Non avete lo stesso capello dei ragazzi di colore e non siete nemmeno così fighi, il vostro capello legato in quel modo fa sembrare voi abbiate un mocho Vileda appiccicato alla testa. Quando poi sento che per crearli avete usato sostanze “naturali” quali miele e yogurt il primo pensiero che mi viene in mente è quello di trovarvi dei bruchi che abitano sulla parte alta del vostro corpo. Quando poi vi appiccicate capelli naturali di altra gente per crearli il mio disgusto raggiunge brevemente l’apice. Il problema base è che poi di solito manco vi fate tutti dread in testa, ma girate con questo paio di dread fatto dall’amico che vi ciondola fino al culo rendendovi una specie di scimmia con la coda attaccata nel posto sbagliato.

PANTALONI FINTO YOGA

L’unica persona in cui io li abbia mai tollerati è la mia grande amica dell’adolescenza, che per inciso ha anche il dread a penzoloni, ma sfoderami ogni tanto discografie punk d’élite a casa sua cerco di ricacciare indietro il conato. Sono qualcosa di informe, che fa i pallini, spesso in colori e tessuti opinabili e che sembra abbiate messo un maglione infilato al contrario. Sulle donne comunque può ancora essere accettato, ma sull’uomo, l’uomo che va in giro con questo pannolone e lo motiva con “sono comodi!” mi fa proprio l’effetto nodo alla gola. Io ho avuto dei problemi di salute per cui ho dovuto evitare per un po’ jeans e tessuti sintetici e stretti e non per questo ho mai girato con della roba del genere addosso. Tra l’altro, postilla, essere comodi non è proprio la priorità con cui scegliere il proprio abbigliamento. Se è la vostra, non raccontatemelo. (Attenzione: i pantaloni larghi da hip hop o snowboard sono invece assolutamente dignitosi e fantastici, l’hip hop e l’altra cosa assieme al punk ed il brit pop che vi dona il più alto livello di dignità, anche se anche qui, purtroppo, spesso non siamo belli come i nostri fratelli e neri e forse dobbiamo fare un attimo d’occhio agli accostamenti).

BIRKENSTOCKS

Per quanto vi piaccia Berlino, i tedeschi non sono proprio mai stati campioni di stile, se non nell’unico periodo storico che a loro non piace tanto ricordare. Quindi, mi chiedo, perché? Magari siete carine, magari avete un bel vestitino ed al fondo, eccole, loro, le Birkenstock. La loro forma è indefinita (come i vostri pantaloni da yoga), e l’aspetto che dona ai vostri piedi è quello di delle zattere puttolenti. Per non parlare dell’escoriazione che vi si crea dove c’è infradito. I piedi di una donna sono una delle sue parti più belle e voi la state trattando senza alcuna dignità.

CROCKS

Simile a sopra. Ho vissuto drammi di persone che lavoravano in ospedale per anni, a dover indossare questi orrori obbligatoriamente, che non vedevano l’ora di uscire per indossare qualcosa di decente, se ne vergognavano, ed ora? Ora voi li mettete per uscire? Incomprensibile.

SANDALO SGUALCITO

L’estate poi ci dona, più in generale, la visione dell’uomo col sandalo orrendo. Se siete donne ed avete cura di voi stessi, un bel sandaletto è qualcosa di adorabile. Se siete uomini, o esagerate mettendovi sandalo e calzino da Giapponese, che perlomeno sa di coperto, oppure è tutto inutile. No, le ciabatte da piscina fuori contesto, no quei sandali in giro per la città. Quando ero a New York e vedevo la gente salire in metropolitana in infradito mi veniva la malaria solo al pensiero. Il salto di qualità, poi, è l’uomo che quando è seduto i sandali se li toglie pure. Ascolta ciccio, non sei Sharon Stone in “Basic Instinc”, non stai sfilando una decoltè per fare piedino a Michael Douglas, hai dei piedi che sembrano dei catamarani e me li stai mostrando mentre sono qua che mi gusto il mio aperitivo, e vorrei poter digerire dopo.

CANE

Il cane per il fricchettone è un accessorio esattamente come i precedenti, quindi lo includo nella lista. Tale cane non è considerato un animale di compagnia, bensì la ciliegina sulla torta dell’essere uno squotter. Quindi la povera bestia viene trascinata a rave e concerti sotto cassa, nei luoghi più impensabili, fino al livello 2.0 - il cane senza guinzaglio. Molti cani per legge dovrebbero avere la museruola, cosa che io non approvo, certo, ma perlomeno il guinzaglio. Se vuoi farlo correre libero e felice, vai ad abitare in campagna, perché qua siamo in centro a Milano ed io sto guidando, ed il tuo cane che mi corre di fronte e mi fa inchiodare, e la cosa che mi ha fatto perdere più anni di vita in una sola volta. Per poi non dire che io di alcuni cani ho un po’ paura per quanto mi piacciano, e vorrei evitare di passeggiare per il parco con il tuo che mi corre addosso. 

PONCHO

Così come vi ho spiegato che non siete nè indiani nè afroamericani, dubito ci sia bisogno di spiegarvi che non siete nemmeno dei messicani dei vecchi tempi. I vostri poncho sgualciti, comprati nel peggio negozio, con colori buttati lì vi fanno assomigliare ad una via di mezzo tra una credenza con sopra un brutto centrino ed uno scaldabagno in disuso usato come appendi abiti.

MAGLIETTE TIE-DYE

Loro, e loro più recenti sorelle a tinta unita bagnate poi nella candeggina, poverine, non hanno mai avuto una dignità. A differenza del poncho, loro nascono e muoiono negli anni ‘70, con i ringraziamenti degli occhi di tutti. Non stavano bene nemmeno a Grace dei Jefferson Airplane quando era una figa. 

PANTALONI THINK PINK

Questo suggerimento mi arriva dal mio ragazzo, e non mi ricordavo cosa fossero. Quando mi ha mostrato una foto, son caduta dalla sedia. Eccoli! Era un sacco che non li vedevo. Cosa sono? E perché sono esistiti? C’è una motivazione alla forma, al tessuto, e soprattutto, a questa fantasia che vi fa sembrare Grollo fuso con la capretta del Gobbo di Notre Dame? 

L’unica motivazione, è che avete sbagliato.

BERRETTO PERUVIANO UN PO’ FOLLETTO UN PO’ NO

Io ed il mio ragazzo siamo andati ad un festival fricchettone quest’estate senza saperlo, ed abbiamo passato la serata immobili, un po’ terrorizzati, tra le grida del gruppo sul palco “Legalize!”, fino a quando un gruppo di fratelli rasati e col chiodo e venuto a salvarci.

In questo festival campeggiavano i berretti quelli un po’ da folletto, fatti un po’ peruviani. Capito? Sì, dai. Ecco. Devo ammettere poi, che se il ragazzo lo fa perlopiù per sembrare scemo, le ragazze lo fanno come facciamo tutto, diciamocelo: per baccagliare. Sì! Perché? E’ tenero.

Dio mio santo, nella mia vita, soprattutto alla loro età, pensare che qualcuno mi scopasse perché ero tenera era la cosa più aberrante potesse esistere. Ma poi sul momento il cappellino lo tenete?

DILATATORI 

Le orecchie, soprattutto nelle ragazze, sono belle almeno quanto i piedi. Voi dovete avere una specie di odio verso le parti più sexy del vostro corpo. Riempitevi di piercing, fatevi i tatuaggi, ma QUELLA COSA, quella roba orrenda in cui, mi ricordo, ci infilavate anche la matita durante lezione, vi prego, mi fa venire voglia di metterci il dito e tirare forte forte. E ricordatevi che in una rissa, è la prima cosa che vi viene tolta, assieme all’orecchio. E lo so che siete fricchettoni e non fate rissa, ma io invece non lo sono, e posso.

PANTALONI A ZAMPA TAGLIATI SUL FONDO 

Se avete 15 anni lo posso accettare, se fate la recita di hippie veri dei vecchi tempi. In realtà non avete nemmeno dei bei jeans a zampa, piuttosto una roba tagliata male al fondo, senza cucitura, che voi cosa fate? Pinzate con le spille da balia. Ma non serve, perché mentre camminate vi finisce lo stesso sono le Birkenstock. Mi viene voglia di rubarvi una di quelle spillette e trapassarmi i bulbi oculari.

LEGALIZE A CAZZO

Le canne, ragazzi, le canne. Nessuno parla mai d’altro. Come citato sopra, al festival fricchettone c’erano pure i gruppi di turno che a cazzo di cane, in mezzo a una canzone, quando non c’entra niente gridano “Legaliiiiize Marijuannaaaaa!”. NO. Legalize cocaina? Legalize crack, MDMA, chetamina? No? Sono più divertenti almeno non sembro addormentata. Spiegami perché? La tua canna fa bene? Ah, sì? Non riesco nemmeno più a contare gli amici che speri di farci un discorso normale e loro non riescono perché sono totalmente fumati, momenti dove vorresti berti tranquillamente una roba e loro nemmeno reagiscono, e si guardano tutti nelle palle degli occhi e ridono. Rircodatevi una cosa: se siete Rimbaud o Burroughs la droga vi fa bene e vi apre il cervello, se no vi rende quello che siete attualmente, che non vi sto neanche a spiegare.

Luglio quasi Novembre

Improvvisamente mi rendo conto della serenità che mi mette un giorno di pioggia nella mia casa paterna, 

una serenità che rimbomba silenziosa seguendo il naturale corso delle giornate autunnali a inizio estate.

Si palesa limpida e chiara come in pochi altri momenti la semplicità della vita che immaginavo per me da bambina: una casa con mobili in legno, la pioggia fuori, una tazza di caffè ed una di the, delle sigarette, dell’acqua e limone, e qualcosa di cui scrivere, sempre che io sappia ancora come si faccia. Nulla di più semplice ed ovvio per una ragazzina che ha sempre voluto ”fare la scrittrice da grande”, da quando all’età di 9 anni aveva scritto le uniche due righe del suo primo racconto, mai finito e nemmeno mai iniziato forse, ma con una grande speranza per il futuro.

Per anni, mi ha fatto sorridere in modo sordido elencare gli anni di esperienza che avevo nella fotografia - uno, due, tre, quattro - quasi a voler affermare che invece nella scrittura, nella ricerca stilistica della forma, nel buttare giù pagine e pagine per sei, otto, dieci ore al giorno (e notte) per così tanto tempo avrei potuto averne senza ombra di dubbio cinque, otto, dieci.

Se scrivi con costanza, con ricerca, documentazione, con bravi maestri da quando non hai nemmeno concluso le elementari, probabilmente a tredici anni scrivi come un ventenne, ed è altrettando probabile tu scriva degli stessi argomenti, dato che gli argomenti dell’infanzia scivolano via rapidi e viene a schiudersi un panorama più torbido, scuro, inquietante ed eccitante per una ragazzina di quell’età. 

A tredici anni poi si era ufficialmente concluso il capitolo della classica ragazzina che passava il suo tempo a leggere e scarabocchiare anche in spiaggia ed avevo dovuto affrontare tutte le paure e le preoccupazioni che mi metteva di fronte quella gran schifezza della mia situazione familiare, e quindi via al classico capitolo secondo della ragazzina problematica, scheletrica, antipatica, acida, rasata, vegetariana e lesbica che vuole ogni grande classico della ragazzina con una vita distrutta, che improvvisamente si rende conto che crearsi un futuro senza un passato è la cosa peggiore che si possa ricevere a quell’età.

In tutti gli anni seguenti, abbandonando poi a fine liceo la scrittura e proseguendo verso la fotografia di moda, il video, e tutto il resto, non se n’è mai andato, stranamente, il luogo sicuro che immaginavo da bambina. Un bosco, il mare, una casa, un sentiero, una pagina di Microsoft Office vuota e la voglia di perdersi dentro, piuttosto che fuori, che dentro è grande uguale e forse anche di più. Non sono mai stata una bambina introversa, questo no, insicura probabilmente, ma sicuramente pigra, tremendamente inadatta al gioco di squadra, alle gare all’aperto, all’atletica leggera, a mangiare con moderazione ed a vestirsi decentemente. Dentro di me, ultimamente, sono di nuovo una ragazzina sovrappeso vestita con delle orribili magliette con stampe di lupi e lune, capelli nè corti nè lunghi, e prima ancora una bambina invece magrissima, pallida, coi capelli cortissimi e i vestiti che vanno troppo grandi. E quello che riesco davvero a concepire come i miei interessi primari sono da un lato il buttare fuori un mondo interno, dall’altra in buttare dentro ispirazioni esterne quali fruscii, odori, tantissimi odori, arrampicate sugli alberi e gelati, che forse è stato quello che mi concede oggi di premere un click, e scrivere qualche buona sceneggiatura.

Non so, con esattezza, come dovrei essere. Non so se davvero esiste chi si trova a suo agio alla festa di una casa editrice, alla festa di Just Cavalli di giugno, o a nuotare in una piscina piena di altre persone che si agitano vicino a te. Mi fa piacere pensare che non sono la sola a sentirsi dei groppi alla gola nella sua giornata comune, così come mi fa altrettanto piacere sapere che c’è chi davvero si diverte, chi davvero si sente a posto, a casa, rincuorato.

Mi chiedo se c’è chi tira un sospiro di sollievo, e vorrebbe quasi mettersi le pantofole e l’accappatoio appena uscito per strada, appena entrato in un locale, appena arrivato in palestra, o se invece c’è più gente come me che terrebbe il cappotto anche nel bagno della casa nuova, perché ancora tutto deve perdere quella sua aria da coda alle poste centrali.

Fumava essenzialmente per tre ragioni:

- la prima era che le piaceva accendersi una sigaretta subito prima essersi raccolta i capelli in una coda

- la seconda, che aveva assolutamente bisogno di aspettare che lo smalto si asciugasse avendo con una sigaretta tra le mani

- l’ultima che le piaceva guardare il segno del rossetto sul filtro giallognolo

Questo voleva dire che se lei fosse stata una ragazza coi capelli corti, una ragazza che andava a farsi la manicure da qualche parte, o una ragazza che non metteva il rossetto, probabilmente non avrebbe fumato. 

O probabilmente, no.

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She smoked essentially for 3 reasons:

- the first was that she loved to tie her hair up when she had just lighted her cigarette

- the second, that she absolutely had to wait for her nail polish to dry with a cigarette in her hands

- the last one that she liked to look at the lipstick sign on the yellow filter.

This means that probably, if she was a girl with a short haircut, a girl that used to go at some “nail house” for her manicure, a girl that doesn’t use to put the lipstick on she could be a no-smoker. Or probably not.

Snobbismi.

Dato che oramai questo mio blog è totalmente staccato dalla mia carriera lavorativa, nè ha più collegamenti con Facebook o Twitter, mi ritengo libera di scrivere qualcosa che forse sembrerebbe troppo buonista, o, come spesso mi è accaduto, scatenerebbe la domanda: “Ma quante cose hai fatto / persone hai conosciuto alla tua giovane età?”.

Di persone importanti / famose nella mia vita ne ho incontrate tante, e questo non perché io sia Angelina Jolie, ma perché se fai l’assistente di produzione, la fotografa di scena, la fotografa di moda, sul lavoro, alle feste, ai drink, su Internet di gente ne conosci tanta. Anche solo per due parole, anche solo perché scatta la chiacchierata presa bene della serata, e, ve lo assicuro, capita anche anche con quelli di cui leggete sui giornali, perché siamo esseri umani tutti.

Circa un anno fa una coppia di amici mi disse: “Ma lo sai che G. è il nostro vicino di casa? Gli abbiamo parlato tanto di te.”

G. è per me uno dei più validi registi italiani degli ultimi anni ed anche dei meno ultimi, e nonostante molta gente non se l’aspetti, G. non abita ai Parioli a Roma ma dietro casa mia, in uno dei quartieri più malfamati del nord Italia.

Fatto sta che capito a casa di questi amici miei per il caffè dopo cena, e mi presento, i miei amici poi (grandi piezz’e core) mi dipingono come la più figa di sticazzi e dopo l’imbarazzo generale dell’amico che pensa sempre tu sia chissà che, chiacchieriamo di varie vicissitudini di bambini, di cosa fai tu cosa fò io, e lì sempre l’amico piezz’e core spunta con “Lei ha la prima del suo documentario tra 2 mesi, ci andiamo?”.

G. dice di sì. Mi incontra in un locale dopo un mese e mi riconosce lui, mi saluta, mi dice “Allora ci vediamo il 13 eh? Alle 9,30 no?”.

G. si presenta al mio documentario con la moglie puntualissimo, si sorbisce penso pure tutta l’allegria di mia madre sbronza che pensa lui ci stia provando (ahinoi le mamme giovani), si sorbisce la battuta di mio padre “Ah, anche tu regista? Mannaggia, tutti registi qui, tranne me!”.

All’uscita mi fa i complimenti, mi dice che secondo lui c’era troppa musica, ma oltre quello si era commosso e aveva anche piangiucchiato, ci si saluta, troppa gente, un mio amico regista (“Tutti registi qui!”) mi dice “Ma cosa troppa musica? Ascolta, a me i suoi film annoiano, il tuo pimpava!”.

Detto ciò, a parte le battute, esce il nuovo film di G. al cinema, e dopo che siamo stati tutti davvero sommersi da un vomito di parole su sta cazzo di grande, sfacciata, spocchiosa, noiosa, vecchia, paracula bellezza di Sorrentino (che invece indovinate com’è di persona, e dove abita?), dovremmo davvero andarci a vedere il film di uno che abita nella zona degli spacciatori, delle prostitute, degli immigrati, dei ragazzini agli arresti domiciari.

Perché?

Perché oggi ho deciso che accetterò di buon grado il fatto di essere snob e radical chic, perché oggi ve lo dico chiaro e tondo: la roba buona è poca, la roba buona ve la dovete davvero cercare, la roba buona non è per tutti, perché la roba a buon prezzo e con il Golden Globe in mano è fatta per farci credere tutti intelligenti, alternativi, e briosi.

Sì, proprio un po’ la descrizione del viscidone che vi ruba il cappellino in discoteca per baccagliare.

Cristo. 

http://ilmanifesto.it/la-mia-classe-le-buone-intenzioni-di-gaglianone/

Un anno, un’ora.

E’ passato un anno da quando ci siamo baciati.

Un anno e un po’ da quella sera dove ci siamo rincontrati, ed io ero con un bernoccolo in fronte e tu con un bernoccolo nel cuore.

Un anno e mezzo da quando ci siamo parlati la prima volta e ti avevo lasciato il mio biglietto da visita per quelle foto al tuo studio, per cui non mi hai mai chiamato.

Tre anni da quando mi hai visto la prima volta in una serata dove sono sparita ed ho pianto tantissimo, e non mangiavo da giorni ed ho urlato contro quel ragazzo poco opportuno che mi aveva detto “Dai, tutte le cose finiscono, prima o poi”.

Il problema e la fortuna è che lo so.

Che sono, come dici tu, disfattista.

Che non credo in niente e credo in tutto, che non ho mai abbandonato niente e ho abbandonato tutto.

Sono passati sei da quando piangevamo in macchina.

Sono passati tre mesi da quando sono partita per New York.

Un mese e mezzo da quando sei arrivato tu.

Un mese e mezzo da quando abbiamo preso una macchina e ci siamo arrampicati fino a Camp Hero a filmare il surf, da quando siamo rimasti immobili a Lido a morire di freddo con la strumentazione sempre pronta, da quando uno stormo di uccelli piccoli e veloci ci ha investito a Rockaway, da quando abbiamo capito la vita che volevamo.

Un mese da quando siamo tornati e abbiamo capito che avremmo costruito tutto quello che non ci mancherà più, che abbiamo capito cosa ci dà forza.

E’ passato un anno da quando ho baciato la prima persona che mi ha dimostrato quanto posso valere, quanto può essere bello alzarsi con me tutte le mattine e crederci.

E’ passato un anno, e te lo giuro, mi sento come se ti avessi baciato ieri per la prima volta.

Sono passate 5 ore da quando ti ho baciato prima di tornare a casa mia,

ed ho una forza nel petto che non ho mai avuto prima.

Ti amo,

D.

Brklyn

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Questa casa sa d’incenso, di legno vecchio, di ruggine, di polvere sugli strumenti musicali, di vento, di tende.

Fumavo una sigaretta seduta sul termosifone, a cavalcioni della finestra, all’angolo tra la Cambridge e la Gates. C’è un poliziotto che è stato lì all’angolo tutto il tempo, da quando sono arrivata, a quando sono uscita a fare la spesa, a quando mi sono rilassata a pensare. Ora saluta una volante, guarda verso di me e sorride.

Sotto passa una coppia, lei bianca con un cappotto col collo di pelliccia ed i capelli corti, lui nero con un bellissimo completo grigio. Chissà dove vanno. Chissà se è per Halloween, ma sarebbe bello se invece si vestissero proprio così.

E’ strano pensare di doversi spingere fino a Brooklyn, per sentirsi a vivi.

Se Andy Warhol vivesse in questi anni, la Factory sarebbe qui.

Abbandonare i grattacieli misti ai taxi gialli, mescolati con l’odore di Starbucks, Pret-à-manger e Zara fa sentire sollevati, fa sentire a casa.

Bentrovata, New York.

Non so che potere hai.

Nel parlarmi via Skype ora che sono dall’altro capo del mondo, dopo un mese che non ci vediamo, tocchiamo, cerchiamo, annusiamo, e riuscire a tirarmi via in questa giornata dove non riuscivo a respirare, a deglutire, a muovermi.

Hai capito che non stavo bene quasi 10 ore prima che lo capissi io, mi hai chiesto cosa c’era con una dolcezza travolgente, quando ti rispondevo a monosillabi.

Non so che potere hai, nell’avermi reso non solo più tranquilla, ma felice, euforica e piena di idee, con sole poche parole.

Non so che potere hai,

ma mi piace.

Notte.

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Delicatezza, fiori notturni, di quelli che profumano tantissimo.

La notte non mi riposa, per riposarmi accendo tutte le luci.

La notte mi sveglia, è tutto estremamente brillante e chiaro.

La notte è luminosa.

In questi giorni mi sento una falena.

Non aspetterò il giorno per farmi giudicare poco armoniosa,

me ne andrò prima.

La polvere sulle ali,

la velocità contro le vostre mani rozze,

è tutto quello che ho.

Torrido.

Vago per casa con un senso di frustrazione misto euforia - un secondo prima - ed annullamento - quello dopo -. Domani ti rivedrò e questo non so se mi fa sentire più leggera o se mi lascia quasi indifferente, non conto più i giorni da quando non ti ho più visto o dall’ultima volta che abbiamo fatto l’amore, non so dire se siano due settimane, tre o un mese, o forse quattro mesi, per alcuni eventi.

Vado a New York a tentar fortuna, e la qual cosa, in un certo senso, mi lascia più o meno le stesse sensazioni che mi lasci tu. Si passa una vita a desiderare, bramare, inveire contro un destino avaro e quando capita la grande occasione tanto voluta, improvvisamente, ci si chiede se davvero si è in grado di misurarsi così tanto con qualcosa.

A tutte piace Ryan Gosling, a me piacciono Geoffrey Rush e Colin Firth. Trovate bella Megan Fox ed io se dovessi dire la donna che sposerei sicuramente ci metterei una Salma Hayek per alcune cose, e magari anche Marion Cotillard, e se potessi scegliere sceglierei di essere Kate Winslet, e non in quell’enorme cazzata di Eternal Sunshine Of The Spotless Mind, ma in Revolutionary Road, che mi par più dignitoso.

Tutti i miliardi di iconcine che vengon fuori ogni giorno, a me lascian sempre più diffidente. Nessuno sa più scrivere, fotografare senza dieci assistenti alle calcagna, aspettare, ma soprattutto, sì, nessuno sa più scrivere. Ci hanno abbindolato con i 150 caratteri, incastrato in un acquario, anzi in una boccia, di qualcosa che sembra veloce, immediato, ed invece è semplicemente privo di qualsiasi straccio di bellezza e sensualità.

Io, che ho un bisogno costante di lavorare, pensare, buttar giù idee, sentirmi viva, ed al tempo stesso di passeggiar da sola sugli scogli di notte, mi chiedo se davvero questa epoca non arriverà a distruggermi del tutto, ed a farmi sentire sconfitta e senza più nulla da dire.

Le passioni torride, l’amore, l’amicizia, l’arte e la vita stessa sono state ridotte a brandelli, a finte razionalità. Quante volte, ogni santa volta che ho terminato una relazione o che ero giù di morale mi son sentita dire “Fattelo un flirt estivo, una scopata giusto per ingannare il tempo”. Ne ho fatti di flirt e scopate estive, forse molto più di chi me lo consiglia sempre. Ma io mi accorgo molto spesso del vuoto. Del vuoto delle affermazioni, del vuoto del voler razionalizzare ciò che razionale non è, del terribile cattivo gusto di tutte queste ragazzotte che voglion far le donne del Ventunesimo Secolo e le femministe quando passano la vita a collezionare corteggiatori e corteggiatrici col solo intento di alzarsi un po’ un’autostima buttata giù a vodka lemon e poca voglia di combinar qualcosa nella propria vita.

Sono una ragazza dura, sembro intransigente, sembro distante, ma probabilmente sono solo annoiata da qualcosa che mi sfugge dalle mani e che, spero, non sia tu, perché sì, vaffanculo, forse non mi fa piangere di gioia pensare di vederti domani, forse non mi vedrai esultare, ma sei una delle poche anime antiche come la mia che ho incontrato nel mio incespicare di ogni giorno, e non sfuggire, non cambiare questo in te, lascia che se tutto ci escluderà, ci investirà, ci calpesterà, in ospedale a chiacchierarcela su Henry Miller senza nessuna voglia di smettere di fumare le nostre trenta sigarette quotidiane, saremo assieme.

Fenicotteri.

Tutti sull’attenti. Su una gamba sola.

Ho i capelli color fenicottero per trovare meglio un equilibrio nella poca grazia che ho.

La cosa che ho sempre trovato un difetto, in te, è questa smania di equilibrio, di essere sempre così perfetta, leggera, liberata.

Io il mio equilibrio lo cercherò così, su una gamba sola.

Perché zoppico un po’ se non mi concentro, a causa di una serie di brutte distorsioni alla gamba destra. E ho una voce a metà, dei guai di concentrazione sul lungo periodo.

E agisco, prima di pensare, the most of the times. 

E mi spiace, di apparire spesso (sempre meno soventemente comunque) intransigente, o severa. Sono in realtà tremendamente affascinata dalle differenze delle persone, tremendamente innamorata di chi è meno caterpillar di me e riesce, con un sorriso, o con un “hai rotto il cazzo” a farmi uscire con un balzo fuori di me e a farmi addormentare serena.

Ieri un’amica mi ha detto che non sono mai stata una persona facile, e nessuno l’ha mai preteso. Ma che quando si vive un’adolescenza come la mia, o come la sua, i problemi non te li scegli, ti arrivano in faccia e o soccombi o fai qualcosa. In una vita fatta di fare qualcosa, una persona come me non è abituata a non fare niente.

Lo sto imparando, e più concedo a me più concedo agli altri, più mi tuffo più nuoto e più nuoto più mi sento leggera.

Non diventerò aria, non diventerò l’equilibrio perfetto, nè tantomeno l’equilibrio scontato. Sono un’acqua scura, un fenicottero, una gamba zoppa ma la fortuna è trovare il proprio equilibrio così, a gamba alzata.

Sono fiera di me. Sono fiera della persona che sono.

Sono felice, sono leggera.

E non mi era mai successo.