Q

blackabsynthe asked:

Sono andata a leggere il racconto di cui parli e mi trovo d'accordo con te al 100%. L'ho trovato piuttosto ingenuo, con una buona dose di clichè (l'adolescente riBBelle che vive per l'arte, la compagna rivale "perfettina", la madre morta), lo stile di scrittura trito e ritrito... Mi è piaciuta molto la tua analisi, comunque.

A

Non era un’analisi, non penso di esserne in grado, ma una sbuffata su quanto “se la sente” certa gente sì. Ecco :)

I Ciac Polanic ne no’artri.

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Dato che pare io abbia scritto fin cose troppo acide su Twitter e Facebook, mi sposto qui, così mi posso lamentare di nuovo.

Mi sono ritrovata in questo sito, scrittoriprecari.wordpress, dove mi imbatto in un tale racconto di Carmen Vella, di nome “Maternity Rock”. Il riassunto è: adolescente nel cesso di un bar, con un test di gravidanza, che mentre aspetta il risultato, insulta tutte le giovani madri della sua generazione, quelle che si sposano a vent’anni e fanno un figlio a vent’anni e mezzo.

Ora: se questa cosa è autobiografica, spero davvero tu abbia ancora diciotto anni, perché non mi sembra che tu sia molto più geniale di chi invece fa una scelta, opinabile o meno. Con questo dico che episodi del genere sono capitati non più o meno a tutte, ma quasi, quindi non crederti meglio, o con un trauma solo tuo, eccetera.

Il tutto è condito con un vocabolario interminabile di “odio”, “vaffanculo”, “fottuto”, “piscio”, “schifo”, che farà tanto rock’n’roll, ma il fatto che le traduzioni italiane di determinati autori americani abbiano queste parole, non vuol dire che tu le debba mettere per forza. Un autore americano che scrive fuck in ogni frase è giustificato dal semplice fatto che fuck è un intercalare, da noi “fottuto” non lo è. Lo si dice ogni tanto, non in ogni frase. Voi dite “fottuto” e “vaffanculo” in tutte le frasi? Io no. Casomai cristono.

La cosa che mi fa una grande, grandissima tristezza delle nuovi generazioni di scrittori precari, che va dai 15 ai 35, è che si sentono davvero tutti dei Chuck Palahniuk o degli Irvine Welsh, ed il loro raccontare di quanto ci si faccia di speed nella periferia del Canavese, piuttosto che a Novara, o magari a Poggio, a me, non interessa. Perché è sempre stato così, ci si annoia. Il merito della nuova letteratura americana, che se vogliamo parte da Kerouac, è stato di portare alla luce cose di cui nessuno aveva osato parlare, in modo diretto e dissacrante. E c’è pure chi considera tali autori dei non autori. Quindi figuratevi come potete risultargli voi.

La cosa che vi manca è un’idea in testa decente, un qualcosa da raccontare di intelligente ed un anche minimo possesso della lingua e della capacità compositiva, per non parlare della grammatica.

Non siamo tutti scrittori. Ci sarà un motivo. Ma la cosa che più mi infastidisce è questa continua convinzione che la vostra storia, la vostra biografia o semi-biografia sia interessante, insomma che ce ne freghi davvero qualcosa, e soprattutto che sia originale.

Smettetela di sentirvi rock’n’roll, non siete in Trainspotting, siete con il libro pubblicato a spese di mamma e papà che sono dei pensionati Fiat e forse speravano che la loro figlia scrivesse di qualcosa di un po’ più toccante, intelligente, arguto che di lei sul cesso con il test di gravidanza, sentendosi Patti Smith (che chi sa se sa chi é?).

Ovviamente il racconto termina con un test di gravidanza negativo, quindi uno non ha nemmeno la soddisfazione di vedere come i pensieri cambiano, quello poteva essere interessante.

Ti auguro scatole di preservativi, ed un bel po’ di libri decenti.

Presenza.

Stavo pensando alla tua mano posata sulla gonna del mio vestito a balze blu, ieri sera, al cinema. Era talmente bella che avrei voluto fotografarla.

Le tue mani e le tue braccia, così come le tue spalle, hanno una consistenza di un’altra epoca, qualsiasi cosa tu afferri o tocchi sembra appartenere a un vecchio film di 007, con Sean Connery.

E mentre pensavo questo, ho realizzato che nonostante tu non sia uno da grandi dichiarazioni o grandi sì e grandi no, hai sempre avuto un modo splendido ed elegante di far notare la tua presenza.

Che sia una mano sulla mia gamba al cinema, sul mio ginocchio mentre guidi tu o guido io o sul mio fianco quando camminiamo, tu sei lì e si sente che sei lì anche quando nemmeno mi sfiori e cammini vicino.

E’ un’eleganza talmente sfrontata che fa quasi rumore.

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Q

Anonimo asked:

Interessante. 25 anni scorpione. Stata 4 anni e mezzo con uno scorpione nato il mio stesso giorno, ci siamo praticamente distrutti a vicenda era sempre guerra. Estenuante. E ora che ci siamo lasciati da più di due anni ancora non riusciamo a tagliare del tutto i rapporti. Ci cerchiamo ancora e spesso lo facciamo per "pungerci". Non è una domanda veramente è solo un commento perché l'argomento mi interessava particolarmente.

A

Lo scorpione cambia pelle e sa quando deve farlo. E gli uomini scorpione sanno essere molto, troppo poco propensi all’idea tu lo faccia. Take care.

Q

Anonimo asked:

Ciao killer!xD Bello il tuo articolo!Ma quanti anni hai?Io sono uno scorpioncino come te,alle prese con la sua bile,come te. xD Un consiglio per vivere meglio,più distante da ansie e insoddisfazioni?Io penso di averle vissute tutte e tre le tipologie,quella leopardiana però ho tentato di sbolognarla via,molto lontano!Adesso vivo vittima del mio ego,di quello che vorrei ma credo di non poter avere,e di alcune angosce inconsce che non comprendo appieno!Quando puoi batti un colpo!!! XD

A

Buongiorno. Ho 23 anni.

Le mie angoscie grazie al cielo piano piano me le sto lasciando dietro, ma non è stato facile.

Sfogo sul blog, ma nella realtà sono una persona abbastanza misurata e poco lamentosa.

Il consiglio è di non correre dietro a chi non merita. Sono stata con uno scorpione anche lui per anni, e mi ha solo risucchiato tutta l’energia che avevo.

Poi ho capito che volevo vivere, di grazia.

La macchina del fumo e della pioggia.

Che mi avevi perso, l’avevi scritto dovunque.

Ricordo, che me l’avevi scritto in un bigliettino e me l’avevi lasciato sul tavolo, quando vivevamo assieme.

"You’re the girl, I lost in Sunnyside."

Mi chiedo cosa sia per te, perdere.

Mi chiedo se le cose valgano anche se cambiano.

Non sono mai stata quella che pensa vada bene tutto, che ”si rimane amici”, che ”tanto le persone rimangono”, ecco, no.

Non sono finta, dò valore a ciò a cui è ovvio che sia dia valore.

Ma ci sono delle persone che non quadrano, che non centrano, che sembrano due sagome del Tetris ostinate, che si girano e si rigirano, ma non si incastrano.

E col cursore devi andare a destra, a sinistra, non rimanere lì.

C’è l’amore smisurato che attraversa le tempeste e le tormente di neve, e poi c’è l’amore smisurato che se le crea in casa, con la macchina del fumo e della pioggia, e annaspa e dice “Eravamo destinati, ma è difficile.”

Non c’era niente di difficile, tra me e te.

Era tutto lì ed era tremendamente facile, e mi chiedo, quando e come, ti renderai conto che eravamo noi a non collimare, a non apprezzarci davvero, a non volerci davvero bene.

Io so, ora, che da qualche mese ho capito che non ti amo più e che non ti voglio nella mia vita in quel ruolo lì, ora so davvero quanto vali per me e quanto vorrei non mi chiudessi la porta di casa a chiave.

Vorrei la lasciassi socchiusa, spegnessi la macchina del fumo e della pioggia, e lasciassi entrare ciò che c’è fuori.

Mi dispiace dirtelo,

ma non ero io.

10 cuori ed un migliaio d’occhi.

10 cuori diversi, per ogni cosa.

Dieci mondi, vissuti ognuno come se fosse il primo, il più importante.

Poi ci si lamenta che si è stanchi.

Sono andata a farmi controllare gli occhi perché mi sembrava di non vedere bene

e la risposta che mi ha dato il medico è stata che potrei essere miope,

o potrei solo, essere stanca.

Di mettere a fuoco, 10 cose al secondo.

Di mettere assieme, mille pezzi al minuto.

Di avere tra il migliaio ed le due migliaia di occhi all’ora, per ogni cosa.

C’è chi sceglie qualcosa, e solo una.

C’è chi ha una missione.

Ed io ce l’ho.

Quella di comprarmi gli occhiali e mettere a fuoco 10 cose al secondo, ma scomponendo quel secondo con calma.

J. una settimana fa, davanti a un caffè a Ginevra mi aveva detto “C’è chi fa un’ottima scuola, fa da assistente ad un ottimo fotografo, ma non ha l’occhio e tu sì”.

Ne ho tanti, J.

Sono solo stanchi.

I cocci di cristallo esplosi.

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Era bellissima. Era la prima cosa che era sempre risultata lampante a tutti e di cui a, me personalmente, non era mai fregato tanto. Non la trovavo nemmeno così tanto bella, a dire il vero, era una bellezza effimera, da catalogo, poco sensuale e molto gelida, alla Nicole Kidman o giù di lì. Sì, forse Nicole Kidman è un esempio poco attuale, ma è il primo che mi è venuto in mente.

La cosa che le era sempre piaciuto di me e che a me, nella sua bellezza e di guardarla come se fosse caduta sulla terra da un buco nel cielo, non solo non importava, ma mi dava anche fastidio che agli altri importasse. Era altresì evidente che le persone da lei erano intimorite, la si trovava tanto bella quanto scostante, molto pallida e molto magra, così che in breve, date quelle due o tre relazioni vociferate in giro, passò subito per quella gelida, distratta, come se uscisse con gli uomini con la convinzione che bastasse una cena assieme ed un bacio sotto il portone e nulla più, e se ci si rivedeva andava bene, se no, andava forse anche meglio.

Non mi ricordo bene il giorno che mi sono messo in testa di conquistarla. Faceva caldo, poteva essere maggio o giugno, e lei dopo quel pomeriggio a parlare davanti a un caffè, un pomeriggio dove mi ero reso conto che le persone la guardavano dalla vetrina del dehort, ammirate, e che gli uomini guardavano me come se fossi per metà invidiabile e per l’altra metà vestito in modo discutibile per essere seduto vicino ad una bellezza così tanto da catalogo di Prada, ecco, dopo quel pomeriggio dicevamo, lei ci aveva messo poco, pochissimo, forse un giorno o due giorni per dirmi che aveva mollato tizio e non voleva sentire più caio, perché si era innmorata di me. Se fino a quel momento ero stato contento, quasi euforico di averla conquistata, quelle parole pronunciate con così tanta convinzione mi dettero la stessa sensazione delle unghie sulla lavagna, o delle ginocchia sbucciate ”solo un po”’. Non risposi, rimasi scostante e tentai di cambiare discorso.

La nostra relazione ebbe più bassi che alti. Ero sempre stato un uomo molto sincero, poco incline a sotterfugi o a tradimenti, ma lei sembrava fare in tutti i modi perché tu, misero uomo banale di questo secolo, non la ottenessi mai. Quando avevo organizzato un week end fuori per il suo compleanno, era sparita la settimana prima con degli amici ed era stata via un mese. E quando era tornata, mi aveva contattato come se nulla fosse stato, contrariata dalle mie parole sarcastiche e impilandomi nella lista degli stronzi che non la capivano, non capivano la sua voglia di libertà, e di sentirsi amata e basta, senza regole, perché, diceva, io e lei non eravamo come gli altri, e se io volevo esserlo, era una mia scelta. 

Scelsi.

Scelsi di non porle più domande, o condizioni di alcun tipo, di lasciarla totalmente libera di vivere la sua vita e la nostra relazione come meglio credeva. Purtroppo, aimè, penso di esser sempre stato molto meno acuto e fuori dal comune di lei, e mi ci volle davvero poco per scadere in flirt, poi in scopate, poi in vere e proprie relazioni parallele con donne, che, speravo, mi dessero quello che lei sembrava non negarmi, semplicemente era troppo stupido, troppo banale, troppo scontato.

Non so se lei avesse ragione, me lo sono chiesto per tanto tempo.

Ed io, nel mio cercare consolazione nella mia vita monotona fatta di orari di lavoro, stipendi, genitori più o meno ammalati, donne più o meno innamorate, mi sentivo sempre più inadeguato. A me stesso.

E poi, e me lo ricordo come se fosse ieri, ci fu quella mattina e quella colazione che mi cambiò la vita. Non cambiò il mio rapporto con lei, ma cambio del tutto la mia visione sul mondo, il mio udito sulle situazioni ed il mio tatto ed il mio olfatto, e gusto, come se diventassi una persona differente per ogni senso che si azionava, separatamente dagli altri, ed esplorava l’ambiente circostante.

Avevamo litigato la sera prima, ed aspramente. Aveva avuto una vita infelice, e la capivo. Alcuni traumi li avevamo comuni, la maggior parte, forse i peggiori, erano tutti suoi ed a me pareva di starle vicino come un gorilla sta vicino ad una piuma che sta per posarsi a terra. 

Le era crollato tutto addosso, tutta la sua vita. Ne avevamo parlato, io le spiegai che le mie assenze e le altre donne erano dovute al suo silenzio sui suoi veri problemi ed al far in modo che sembrasse che tutto, ogni sua falange rotta, fosse dovuto a me. La litigata non fu così accesa, ma sembrava aver il cuore spezzato da qualcosa, che non capivo bene. Mi misi a letto, e lei si coricò poco dopo di me. Ogni tanto aprivo gli occhi e la guardavo, lei si alzava e si sdraiava in continuazione.

Fui svegliato dai rumori di stoviglie e gas acceso. Fu lì che iniziai a percepire tutto come qualcosa di onirico, distaccato dalla realtà.

Entrai in cucina, ed aveva preparato la tavola più bella che io avessi mai visto, non so da quanto si fosse svegliata. Sapevo, tra l’altro, che non avrebbe mangiato nulla di quello che aveva deciso di servire, solo un po’ di the, che infatti fumava nella sua tazza. Provai una morsa allo stomaco, allungai la mano tremante verso la sedia e mi sedetti. Non la guardavo, non riuscivo. Mi sentivo un essere rozzo, indelicato, fastidioso, mi sentivo talmente paragonabile ad una bestia che quasi mi sentivo puzzare. Si sedette anche lei. Tremava, dalla rabbia, e temevo sarebbe esplosa, in tanti piccoli pezzi, che giuro su dio sarebbero stati cristallo. Oppure che prendesse la tazza e me la rovesciasse in faccia. 

Invece si alzò. E mi fissò con gli occhi assieme più blu e più rossi che io abbia mai visto in vita mia.

Vomitò una serie di parole, che mi tacciavano come un essere incomprensivo e banale, uno che pretendeva di uscire la sera con gli amici, di scopare, di vedersi una volta alla settimana, di baciarla in pubblico, di voler aver un lavoro sicuro, di volerla cambiare.

I cocci di cristallo esplosi mi colpirono la base del collo, lo stomaco, alcuni le ginocchia, uno il sopracciglio ed in fine, gli occhi. Esattamente in quest’ordine.

E così, io che non avevo mai dato minimamente segni di cedimento nel nostro rapporto, iniziai a piangere. Lacrime dure, durissime, metalliche, pesanti, che al contatto col suolo lasciavano dei solchi. Trovai il coraggio di guardarla e la vidi frastornata da quella mia reazione, impaurita, per un attimo temette di avermi ucciso, e lo capii.

Tutto quello che riuscii a dire fu: “Perché?”

E la sua risposta, che giunse dopo qualche secondo fu: “Sei l’unica persona che non ho mai odiato.”

Ci lasciammo definitivamente dopo qualche mese, in un bagno di sangue, per non rincontrarci mai più. Ignorò qualsiasi mio tentativo di spiegarmi, e dopo qualche anno, anche io me ne feci una ragione e mi scagionai.

Non ho più una vita banale. Non ho la sua, ma so che ora, grazie a lei, ho trovato la mia. E le due o tre volte che mi sono innamorato, dopo di lei, ho sempre pianto lacrime di piombo e mi sono sempre levato dei pezzi di cristallo dai bulbi oculari e dalle ginocchia, come se, ogni volta, in fondo, fossi un po’ più etereo anche io.

Primavera.

E l’estate, ed il sole.

I fari delle auto, i film brutti.

I polmoni e le sigarette.

Le dita e gli smalti, brutti pure quelli.

Le mani fuori dai guanti, dai finestrini, nelle fontane, nelle tasche, nei pacchi di caramelle.

I tremori, gli sbalzi, i sussulti, le cadute.

Le pozzanghere che piano piano si asciugano.

Il non trucco, e il non inganno.

I tram che perdono i finestrini, che cadono sui binari.

Il finestrino appoggiato alla pensilina, che riflette tutte le persone che ci passano davanti, ignare di essere fotografate dal vetro assolato.

Ho trovato un pacchetto di tabacco che avevo perso, non so perché, ma questa cosa mi ha riempito il cuore.

Coma.

Risvegliarsi dopo un mezzo coma etilico ed una serata andata male. Il sole filtra dalla finestra, lento, apri gli occhi lentamente, ti stringi nelle coperte come a dire ”che bella mattinata, resto qui sotto ancora un po’, sono solo le 6.” Ma poi ti ricordi, ed uno ad uno, improvvisamente, tutti i muscoli ti fanno male, la nausea torna violentemente, le lacrime riempiono gli occhi senza scendere. Il panico sale, la stanza è ovattata, afferri in telefono e digiti un paio di numeri fino a quando non risponde una voce familiare a dirti ”dormi ancora un po’, ci vediamo dopo”. Annuisci e dormi, dormi bene. Sogni quel ragazzo che ti aveva fatto sognare ed era sparito, sogni di aspettare con lui un treno in stazione. Poi sogni di avere una Mini rossa e di guidare in un città indefinita, fino a quando, scesa dalla vettura per accenderti una sigaretta, ti volti e scopri che ti hanno rubato tutta la carrozzeria e ti chiedi ”Ma come hanno fatto, mi sarò addormentata?”.

Ti alzi e con movimenti lenti, prepari un the e sai benissimo cosa ci va, e quale sia ogni singola mossa per superare un abbandono. Non richiamare, non presentarsi a casa di nessuno, aspettare se serve, aspettare se non serve, riempire i buchi, riempire i pensieri, riempire il letto ed andrà tutto bene, fino alla prossima cosa.

Eppure, mentre giri il the e lo bevi piano per non tornare a vomitare, pensi che questa volta tu, per la prima volta, un po’ ci credevi. Non sai ancora bene se credevi in lui, se credevi in voi o se credevi che qualcuno potesse innamorarsi di te prendendoti tutta, come diceva. Non lo sai ancora bene. Sale la rabbia, la disperazione, la delusione immensa ed infinita, la paura, il ricordo, il male che spacca in due.

Prendi una mela, tagliala a metà con un colpo netto.

Eccomi.

Se aspetti qualche giorno, ingiallisco e mi secco pure un po’.

Ma resto sul tavolo.